Tradizione, usi e costumi

Quando, fino all’inizio degli anni cinquanta, il centro del paese era rappresentato da Brancaleone Superiore e la marina era costituita da poche case sparse, abitate prevalentemente da famiglie di pescatori, gli usi e i costumi del paese venivano dettati dal rispetto per le tradizioni antiche, ma spesso anche dal bisogno, dalle necessità e dalle privazioni che segnavano quotidianamente la vita degli abitanti di Brancaleone Superiore. All’epoca, le piccole case, abitate da famiglie spesso numerose, erano prive di ogni  comodità e anche dei servizi di prima necessità, di cui, oggi, noi non sapremmo certamente farne a meno. L’energia elettrica, il gas, il sistema di riscaldamento, l’impianto idraulico e i servizi igienici erano inesistenti; cosicché, per sopperire a queste necessità, le famiglie, quasi tutte di agricoltori, conciliavano il lavoro dei campi con l’impegno fisso di provvedere al rifornimento di legna e di acqua. Il legname da ardere, per cucinare e riscaldarsi, lo portavano gli uomini la sera, quando ritornavano dalla campagna; se lo procuravano con la potatura delle piante che coltivavano nei propri fondi o abbattendo qualche albero vecchio e improduttivo oppure con le abbattute nel bosco di “Carcìa”, alle spalle del paese. L’acqua si poteva procurare soltanto nelle sorgive che si trovavano in aperta campagna. Le più vicine all’abitato erano situate nelle località “Puzzu”, “Scrisà” e “Bova”. Particolarmente frequentata era la fontana del “Puzzu”, a circa due chilometri dal paese. Ogni giorno vi si creavano lunghe code di persone, ciascuna delle quali in attesa del turno per riempire i propri recipienti; ed è anche per questo motivo che tutti si alzavano molto prima dell’alba e, come in un  rituale, si avviavano verso la fonte per “prendere il posto”. Gli uomini e i ragazzi tiravano gli asini bardati con grossi barili ai fianchi, mentre le donne portavano le anfore sulla testa e per tenerle meglio in equilibrio mettevano tra il capo e il recipiente una “corona” di pezza. Nel piazzale antistante alla fontana si trovava sempre molta folla, tant’è che quel posto rappresentava ormai un punto di incontro e un’occasione per scambiare qualche parola. Tutti rispettavano pazientemente l’ordine di arrivo e tutti sapevano bene che la precedenza era dovuta soltanto ai contadini e ai pastori che provenivano dalle campagne. 
La Domenica e nei giorni di festa, le donne andavano alla Messa  delle ore 7,00, perchè poi dovevano cucinare e disbrigare tutte le altre faccende di casa; gli uomini si ritrovavano in piazza oppure davanti all’osteria, dove improvvisavano sempre qualche partita a “Patruni e sutta”; i ragazzi giocavano al “pirillo”, alla “righetta” oppure col “rumbulo”.
Il “pirillo” consisteva in un’asticella di legno lunga circa 20 cm.; una delle due estremità veniva aperta in tre parti per formare una base da fissare a terra, mentre nell’altra estremità veniva fatta una tacca, in cui si inseriva una moneta da 50 centesimi oppure una lira. Una volta fissato a terra, il pirillo doveva essere centrato dai giocatori che vi tiravano contro delle noccioline, una per volta; il giocatore che riusciva a buttarlo a terra vinceva, impossessandosi della moneta.
La “righetta” era una linea lunga circa 2 metri, che veniva tracciata a terra con un pezzetto di legno; i giocatori dovevano lanciarvi delle monete e chi riusciva a tirare più vicino alla righetta aveva il diritto di battere, cioè di raccogliere le monete per lanciarle in aria, “chiamando testa o croce”; lo stesso giocatore aveva diritto di tenersi tutte le monete che cadevano a terra rivolte con il segno che lui aveva “chiamato”.
Il “rumbulo” era una trottola costruita artigianalmente con il legno; vi si giocava avvolgendolo con una cordicella che, poi, veniva tirata bruscamente, provocando così un movimento rotatorio veloce dell’oggetto; i giocatori dovevano farlo girare il più a lungo possibile per poi riuscire a prenderlo sulla mano, mentre si trovava ancora in movimento. 
Un particolare riguardo era dedicato alle feste di Natale, di Pasqua e di Carnevale.
La festa di Natale veniva introdotta dalla novena, che iniziava il 16 di dicembre e si celebrava sempre di mattina. Alle 4,00, si udivano i primi rintocchi delle campane e tutta la gente si alzava di buon’ora per recarsi in Chiesa, dove partecipava alla celebrazione religiosa che durava fino alle ore 6,00. Di ritorno dalla S. Messa, si faceva colazione e si partiva per i lavori della campagna. Poi, la sera, verso l’imbrunire, si sentiva la voce del sacrestano che, in compagnia di un suo familiare, girava per le case del paese, cantando le nenie di Natale; pure lo zampognaro passava davanti ad ogni casa a suonare “Tu scendi dalle stelle” o altri motivi natalizi, per tutta la durata della novena, cioè fino alla sera prima della Vigilia, quando ogni famiglia gli offriva sempre qualcosa, come “zeppole, “petrali”, “nnacatole” o altra roba da mangiare. Alla Vigilia di Natale, si usava accendere un grande falò in mezzo alla piazza principale; qui si radunava la gente, dopo cena e in attesa che avesse inizio la Messa di Mezzanotte. Dopo della Messa, si ritornava tutti a casa e solo gli uomini si intrattenevano ancora per qualche ora a giocare a carte, mettendo in palio qualche litro di vino.
La mattina di Natale ci si ritrovava tutti in piazza,  dove gli uomini discutevano tra di loro, mentre i bambini giocavano e i giovani e le ragazze passeggiavano. 
Nel periodo tra Natale e Capodanno, generalmente il giorno di S. Stefano, si soleva ammazzare il maiale; ogni famiglia ne cresceva ogni anno almeno due o tre,  poiché la salame che veniva ricavata doveva bastare per tutto l’anno.  
La celebrazione della Pasqua aveva inizio il Mercoledì della settimana Santa, con le “funzioni delle tenebre”. Per il Giovedì Santo si soleva dire che “trasi ca campana e nesci ca trocca”, in quanto la S. Messa veniva annunciata dal suono delle campane e terminava col suono della “trocca” e del “lorice”. La trocca consisteva in un’assicella rettangolare di legno, sulle cui facciate venivano fissate due maniglie semimobili e sulla cui estremità veniva incisa un’impugnatura. Questo strumento “musicale” per funzionare veniva scosso energicamente; in tal modo provocava un suono sordo e assordante che stava a rappresentare la tristezza dei fedeli nel periodo della Santa Passione. Anche il “lorice”, che si suonava insieme con la trocca, era uno strumento costruito artigianalmente; veniva fatto con un pezzo di canna robusta lunga circa 40 cm, intagliata al centro, dove veniva inserita una specie di trottola dentata che veniva fissata a una bacchetta di legno, posta perpendicolarmente; funzionava imprimendo un movimento rotatorio alla bacchetta, che, a sua volta, faceva girare la canna  e provocava un rumore molto simile al gracchio del corvo. La trocca e il lorice, che sostituivano le campane in segno di lutto, venivano suonati dai ragazzi che facevano il giro del paese da Giovedì Santo a Sabato Santo. Questi ragazzi, passando davanti alle case invitavano la gente a recarsi in Chiesa per la veglia del Santo Sepolcro, gridando “Cu voli i vai a Cresia, c’o Signori è sulu”. Tutta la notte del Giovedì Santo si rimaneva in Chiesa a pregare e a cantare tristi nenie sulla passione di Gesù.  La mattina del Venerdì Santo, prima dell’alba, si usciva in processione per arrivare fino al Calvario, con a capo la statua di Gesù morto e subito dietro quella della Madonna Addolorata, vestita in nero. Davanti al Calvario, il parroco faceva una lunga predica e poi  aveva inizio la “processioni a storta”, cioè una processione che seguiva lo stesso percorso, però in senso inverso, rispetto a quella in onore della Madonna dell’Annunziata, patrona del paese. Per tutta la giornata di Venerdì Santo si digiunava, i fedeli evitavano di lavarsi, di pettinarsi e, quando si incontravano per la strada, si salutavano a voce bassa, chinando la testa in segno di lutto. Il Sabato Santo alle ore 10,00 di mattina, aveva inizio la funzione per la solenne Messa della Pasqua. Poi, verso le 11,00, si sentiva il suono delle campane annunciare la gloriosa Resurrezione di Gesù, mentre i bambini gridavano festosi “Sparau a grolia, sparau a grolia!” e, solo allora, potevano mangiare la “guta”, cioè un dolce tipicamente pasquale che si fa ancora oggi. All’epoca, si riteneva che fosse peccato consumare o anche solo assaggiare la “guta” prima  della resurrezione.
A mezzogiorno di Pasqua si soleva mangiare la frittata, preparata con uova, salsiccia e ricotta fresca; il pranzo principale si consumava alla sera.
 
Tratto da "Appunti vari" di Rocco Mediati
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